E’ sorprendente quanto spesso le parole dolore e sofferenza siano usate in modo intercambiabile.

Consideriamo prima il dolore. Quando studiamo il dolore scientificamente dobbiamo fare un’altra distinzione: quella tra la nocicezione e il dolore. La nocicezione è il processo sensoriale che rileva e convoglia i segnali e le sensazioni di dolore innescati da una ferita, e li invia al cervello. Da qualche parte lungo questa via la nocicezione si trasforma in dolore, ma non sempre. Un chiaro esempio di nocicezione senza dolore è l’anestesia generale. In questo stato tutti i percorsi nocicettivi rimangono funzionanti ma non c’è dolore perché non c’è consapevolezza. D’altra parte, possiamo anche bloccare sia la nocicezione che il dolore con l’uso di un anestetico locale. Infine, può esserci dolore senza nocicezione ad esempio in alcuni casi di dolore dell’arto fantasma, dove il dolore ha origine nel cervello stesso in assenza di lesioni e segnali nei percorsi nocicettivi. Quindi, sebbene di solito la nocicezione inneschi il dolore, non sono fenomeni identici.
Se durante l’anestesia generale c’è nocicezione ma non dolore, questo significa che il dolore richiede la coscienza?  Questa è una domanda importante perché allora la questione se un animale possa provare dolore dipenderà dal fatto che quell’animale sia cosciente o meno. Questo è un problema difficile perché ci sono molte definizioni di coscienza e siamo ancora lontani dal capire che cos’è effettivamente.
Mentre supponiamo che i mammiferi superiori come cani, gatti e cavalli siano coscienti, estendere la coscienza ad animali molto diversi da noi con piccoli sistemi nervosi, come insetti o molluschi, pone un problema scientifico e filosofico apparentemente insolubile.

Nella ricerca scientifica sulla fisiologia del dolore, è generalmente accettato che il dolore presuppone la coscienza. Per questo motivo, in passato, l’uso della parola “dolore” quando si parlava di animali come ratti e topi era disapprovato. Il termine corretto era “comportamento simile al dolore” o “nocicezione”. Ma recentemente l’ipotesi che i roditori sentano dolore è diventata sempre più accettata nella letteratura scientifica.

Il fatto che un animale reagisca alla lesione non può essere necessariamente inteso nel senso che prova dolore; potremmo solo dire che ha nocicezione. Se prendiamo qualsiasi reazione alla ferita come un segno di dolore, allora dovremmo concludere che le piante e persino i batteri sentono dolore, perché hanno reazioni ben definite a segnali nocivi. In conclusione, sentire il dolore richiede almeno una qualche forma di coscienza, mentre la nocicezione è una qualsiasi risposta a stimoli dannosi.

Che dire della sofferenza? Come si differenzia dal dolore?
Chiaramente, i due concetti sono tutt’altro che identici perché possiamo citare esempi in cui si verifica uno senza l’altro. Ci può essere dolore senza sofferenza ad esempio quello dei masochisti sessuali che traggono piacere erotico da alcune forme di dolore. Un altro esempio è quello degli atleti: corridori, ciclisti, sciatori, tutti sanno che il dolore causato dall’affaticamento muscolare è un segno che l’esercizio è efficace, che i loro muscoli cresceranno di conseguenza.
E, naturalmente, ci può essere sofferenza senza dolore. In realtà, la maggior parte della nostra sofferenza non ha nulla a che fare con il dolore. È indotta da emozioni negative come tristezza, vergogna o colpa, o da situazioni come privazione della libertà, solitudine, angoscia, depressione, rifiuto sociale, oppressione, ecc.
Ciò che è certo è che non può esserci sofferenza se non c’è nessuno che la sperimenta, se non c’è nessuna consapevolezza.
Si potrebbe ipotizzare una gerarchia della coscienza che negli esseri umani aumenta con lo sviluppo. Allo stesso modo, alcuni animali sono più consapevoli di altri – infatti, possiamo essere certi che molti animali (vermi, meduse, ricci di mare, vongole, cirripedi) non sono affatto coscienti perché il loro sistema nervoso non è abbastanza grande da supportare la coscienza.
Andando verso il basso nella scala della complessità animale, deve esserci un punto in cui la sofferenza animale deve cessare, viceversa se ci muoviamo verso l’alto, troveremo all’apice la sofferenza umana.
Sebbene la capacità di soffrire può variare anche tra i mammiferi non umani (ad esempio se privati ​​del cibo o dell’acqua, ma anche in situazioni socialmente opprimenti o quando qualcuno con cui si sono legati si allontana o muore), la sofferenza umana è ancor più variegata, dovuta per esempio a una mancanza di scopo e significato nella vita. Forse la forma più profonda di sofferenza è proprio l’angoscia esistenziale, un’insoddisfazione che viene dalla coscienza stessa: sappiamo che esistiamo e ci chiediamo cosa significhi. Essere felici o miserabili dipende dal trovare un significato nelle nostre vite.

Inoltre gli umani sono disposti ad accettare forme fisiche di sofferenza per evitare forme mentali di sofferenza o per ottenere ricompense astratte. Ad esempio, gli alpinisti sono disposti a sopportare fatica e privazioni per raggiungere la soddisfazione di raggiungere la cima della montagna. Oppure pensate alle difficoltà sopportate da persone che hanno lottato per la giustizia, la libertà e contro lo sfruttamento.
Se infatti la coscienza animale è strettamente intessuta al presente, gli umani sono in grado di soffrire di cose sia nel lontano passato che per la  paura di ciò che il futuro può portare.

Per riassumere, la sofferenza non è una semplice sensazione, come il dolore. Né è un’emozione, come la tristezza o la paura. È uno stato che comprende tutta la nostra mente, che è fatta non solo di emozioni negative ma anche di pensieri, credenze e qualità della nostra stessa coscienza. La sofferenza, come il suo opposto, la felicità, è uno stato dell’essere.

Articolo a cura della dott.ssa Roberta Menotti

Articolo tratto da https://speakingofresearch.com/2018/01/11/the-difference-between-pain-and-suffering/