L’acufene è un sintomo, non una malattia, e, in quanto tale, dipende da una moltitudine di fattori differenti che devono essere attentamente considerati. Per questo motivo il lavoro con i pazienti acufenizzati è un lavoro complesso che necessita di un intervento olistico.

Nel nostro contesto, la valutazione clinica prevedere un colloquio iniziale in cui viene valutato il problema; quando la persona non ha ancora condotto una visita accurata, è inviata al medico e all’otorino al fine di escludere patologie gravi che potrebbero essere la causa del fischio. In parallelo, il monitoraggio dei parametri psicologici correlati all’acufene diventa necessario per comprenderne la gravità; un amento dei livelli d’ansia e un abbassamento del tono dell’umore possono giocare un ruolo fondamentale nel determinare il vissuto in relazione al disturbo. Per esempio, la persona potrebbe iniziare a ritirarsi socialmente, smettendo di fare quello che faceva prima, e pensare che l’acufene sia un serio impedimento nel vivere la vita. Certamente, l’acufene è un disturbo altamente invalidante. Tuttavia, molte volte, le persone passano più tempo nel ricercare soluzioni e a preoccuparsi per l’acufene piuttosto che ad ascoltare effettivamente il suono in sé.

Ansia e rimuginio possono aggravare la percezione dell’acufene: l’ansia genera la sensazione che l’acufene si aggravi e la sovrageneralizzazione cognitiva del danno innesca processi di attivazione psicofisiologica in un circuito a feedback negativo, aumentando e mantenendo l’ansia e il disagio percepiti.

Una delle definizioni più utilizzate intende l’acufene come la percezione fantasma di un suono che avviene in assenza di stimolazione esterna. Quello che i pazienti acufenizzati sentono è diverso: possono udire un fischio, un fruscio, un sibilo oppure rumori apparentemente noti, come il rombo del motore o le onde del mare. Nelle casistiche croniche tale percezione può avvenire per tutto il giorno, aumentando o diminuendo nel corso delle ore.

In Italia, l’acufene ha una prevalenza del 15-20% della popolazione; di questi il 4% è grave. Grave significa che l’acufene interferisce con la maggior parte delle attività quotidiane: i pazienti possono faticare a dormire o a sentire gli altri o, ancora, a concentrarsi nella lettura di un libro. In alcune situazioni, a causa della paura di un peggioramento della sintomatologia, le persone possono smettere di uscire, di andare al cinema, di fare le cose che facevano prima.

Le ricerche ci dicono che gli uomini ne soffrono di più delle donne, anche se queste ultime sembrano più portate a sviluppare conseguenze psicologiche negative, come ansia e depressione, in conseguenza all’acufene. Inoltre, è riportato che la prevalenza del disturbo aumenta con l’età. Il range più colpito è tra i 58 e 68 anni, regredendo esponenzialmente verso i 78. Nonostante ciò, anche i giovani adulti possono esserne colpiti.

Da anni i ricercatori hanno confermato l’efficacia del neurofeedback per il trattamento degli acufeni. Nel nostro Centro abbiamo deciso di utilizzare un innovativo software canadese chiamato Neuroptimal: lo scopo è di addestrare i pazienti a equilibrare i propri meccanismi elettrofisiologici cerebrali attraverso l’ascolto di feedback su base musicale. Attenzione, non parliamo di musicoterapia, ma di un sistema che parla lo stesso linguaggio del cervello. Cosa vuole dire? vuole dire che il sistema è in grado di condurre un dialogo di out-put e in-put, di stimoli e di risposte con il cervello in modo semplice e non invasivo. Il paziente non deve far altro che sedersi su una poltrona e prendersi un’oretta per sé. Per 33 minuti sarà ascoltata musica attraverso cuffie date al momento della seduta e, durante il susseguirsi delle note, il sistema emetterà una serie di interruzioni della stessa in modo quasi impercettibile.

Le interruzioni sono il vettore mediante il quale il miglioramento è reso possibile. L’istante in cui vengono emessi è calcolato grazie ad alcuni sensori posti sulla testa della persona: senza mandare alcuna corrente elettrica al cervello, il software analizza 256 al secondo l’EEG (segnale cerebrale) e valuta con precisione quando produrre l’interruzione. Seduta dopo seduta, il paziente avvertirà una sensazione di profondo benessere a vantaggio dell’acufene e della riduzione della sintomatologia.

Neuroptimal è totalmente sicuro grazie all’assenza di effetti collaterali: può essere somministrato a qualsiasi età e non vi sono patologie interferenti alla somministrazione.

Essendo l’acufene un disturbo che il più delle volte coinvolge meccanismi di elaborazione del segnale cerebrale e che si aggrava a causa delle conseguenze psicologiche correlate, è evidente come un lavoro con il neurofeedback, nel nostro caso Neuroptimal, possa aiutare le persone.

Ci sono cinque parole che spiegano questo strumento: soggettività, efficacia, costanza, fiducia e impegno.

Articolo a cura della Dott.ssa Rossini Michela