Il bullismo omofobico si definisce in tutti gli atti di prepotenza e abuso che si fondano sull’omofobia, rivolti a persone percepite come omosessuali o atipiche rispetto al ruolo di genere. È un fenomeno sociale che riguarda in misura maggiore i maschi. Nella nostra società i maschi sono più omofobi poiché il ruolo di genere è definito più puntualmente e le deviazioni da esso sono maggiormente sanzionate dalla società.

I bersagli principali del bullismo omofobico sono adolescenti che apertamente si definiscono lesbiche o gay o transessuali, adolescenti che «sembrano» omosessuali sulla base di una percezione atipica degli atteggiamenti manifesti o dello stile, adolescenti con fratelli, sorelle o genitori omosessuali, adolescenti che frequentano amici apertamente omosessuali, adolescenti che hanno idee apertamente favorevoli alla tutela dei diritti omosessuali.

Quando le prepotenze sono dirette a lesbiche o gay o transessuali la presenza dell’omofobia agevola il ruolo dell’aggressore e della vittima: il primo si sente appoggiato dalla società; il secondo, se interiorizza l’omofobia, può facilitare la ricerca di giustificazioni sull’accaduto o, in casi estremi, l’approvazione.

La vittima così incapsula e dirige nell’immagine di sé l’odio e ciò si manifesta con l’inizio della sofferenza. Si presentano pensieri ed immagini intrusive: i ricordi delle violenze e delle umiliazioni subite riaffiorano costantemente e involontariamente, procurano ansia e depressione, sono allontanati dalla memoria cercando distrazione. Non di rado possiamo ritrovare nelle vittime un vero e proprio Disturbo da Stress Post-traumatico, rivelato dalla presenza di uno stato costante di allerta, nervosismo, improvvisi e ingiustificati scoppi d’ira. Il rendimento scolastico diminuisce per le difficoltà di attenzione e concentrazione e con il passare del tempo aumenta la disaffezione al sistema scolastico, che spesso è percepito dalle vittime come manchevole nella protezione. Ciò può portare al prematura abbandono scolastico preceduto da forte assenteismo, con perdita di altre relazioni sociali significative.

Il sentimento di solitudine è esacerbato dal mancato coming out che porta alla conduzione di due vite parallele che rinforzano il sentimento di inautenticità: una vita nascosta, percepita come indegna e inaccettabile e una vita pubblica, organizzata su un’immagine falsa di sé.

Inevitabilmente i ragazzi e le ragazze offesi nella propria dignità di esseri umani cominciano un lento ed inesorabile viaggio verso l’isolamento sociale: si sentono “gli unici al mondo” in più contesti (scuola, parrocchia, gruppi sportivi), si isolano e sono selettivi nelle amicizie perché temono di essere “scoperti”, aumentano la distanza emotiva con i familiari per difendersi dall’eventuale rifiuto, evitano di parlare di sé e si mettono in relazioni asimmetriche (in cui ascoltano e aiutano l’altro senza reciprocità), dipendono sempre di più dal giudizio degli altri.

Possiamo così capire come, data la pressione sociale e l’isolamento interiore molti incorrano nell’uso e nell’abuso di sostanze come modo o di farsi accettare o di reprimere il dolore morale. I comportamenti autolesionistici tra coloro che subiscono il bullismo omofobico hanno un’incidenza del 30%, aumentano i problemi di salute fino ad arrivare a vere e proprie malattie croniche, senso di impotenza e depressione, dilagano fino a scivolare in veri e propri comportamenti suicidari nel 6% dei casi.

Gli operatori della salute, gli insegnanti, i genitori devono tenere ben presente che la ferita e il danno non cessano al termine della violenza, che spesso dura anni, ma che le conseguenze determinano cambiamenti a lungo termine sia nella struttura sia nel funzionamento della personalità.

Il bullismo omofobico è un fenomeno sociale, di gruppo ed è responsabilità degli adulti non sottovalutarne la presenza nelle maggiori agenzie di formazione dei giovani. Il bullismo omofobico danneggia e le vittime di tale abuso hanno il diritto di vedersi riconoscere la sofferenza, hanno il diritto di cominciare a pensare a se stessi come vittime e non come “persone sbagliate”.

Questo è l’inizio della guarigione.

Dr.ssa Maria Giuseppina Canevisio