L’ADHD, acronimo inglese di “Attention deficit hyper-activity syndrome” – in Italiano DDAI, “Disturbo da deficit di attenzione e iperattività”, si caratterizza per la presenza di difficoltà di autocontrollo e autoregolazione nel bambino, come:

  • difficoltà di attenzione e concentrazione, elevata distraibilità;
  • irrequietezza motoria, che si traduce nella necessità di muoversi molto frequentemente;
  • difficoltà nel controllo degli impulsi;
  • difficoltà nel pianificare e programmare le proprie azioni in vista di un obiettivo definito e delle richieste dell’ambiente.

Queste caratteristiche possono portare a difficoltà nel contesto familiare, dove spesso i genitori faticano a gestire i comportamenti del bambino, e anche nell’ambito scolastico, con insegnanti e compagni;

Secondo il DSM IV esistono tre sottotipi di ADHD:

disattento”: si tratta di bambini che fanno fatica a mantenere il focus attentivo sullo stesso stimolo per un tempo prolungato: la loro attenzione durante l’esecuzione di un compito può essere facilmente attirata da un’altra attività o stimolo, per poi spostarsi con altrettanta facilità su un altro oggetto; talvolta questi bambini sembrano sognare ad occhi aperti, con evidenti difficoltà nell’ascoltare le lezioni e comprenderne di conseguenza i contenuti; l’esecuzione dei compiti a casa risulta rallentata a causa dei frequenti episodi di perdita di concentrazione, e spesso diventa molto difficile senza il supporto di un adulto

iperattivo-impulsivo”: i soggetti con questo sottotipo di ADHD presentano irrequietezza motoria, difficoltà a stare fermi, rispettare le regole proposte a casa e a scuola; hanno spesso bisogno di muoversi, correre, saltare, si interessano e manipolano gli oggetti presenti nell’ambiente circostante anche se viene loro detto di non farlo; hanno difficoltà a controllare gli impulsi, a dilazionare il soddisfacimento di un bisogno o richiesta e possono manifestare comportamenti aggressivi quando l’adulto non soddisfa immediatamente la richiesta in questione (ad esempio, lanciare in terra oggetti o giocattoli).

Combinato”: in questo sottotipo sono compresenti manifestazioni appartenenti ai due domini sopra elencati

Lahey e Carlson (1992) hanno dimostrato che i bambini con DDAI – sottotipo disattento presentano maggiori problematiche emotive (ansia o disturbi dell’umore), sono più timidi e ritirati socialmente rispetto a quelli con DDAI – sottotipo iperattivo-impulsivo e combinato, che si oppongono più frequentemente alle richieste degli adulti, presentano con maggiore frequenza comportamenti aggressivi e, nel 30% dei casi, ricevono una seconda diagnosi di Disturbo della Condotta o di Disturbo Oppositivo-Provocatorio (Satterfield et al., 1997).

Le difficoltà sopra elencate spesso rappresentano problemi di difficile gestione per i genitori, la scuola e per il bambino stesso, con importanti implicazioni in termini psicologici: spesso questi bambini sono ritenuti insofferenti alle regole, volontariamente oppositivi o aggressivi o disinteressati alle attività loro proposte, mentre i loro genitori sono frequentemente considerati troppo permissivi, non capaci di definire e far rispettare le regole di comportamento proposte.

In realtà il né il bambino con ADHD né i suoi genitori hanno responsabilità nell’insorgenza o nel mantenimento dei comportamenti problematici; la gestione di questi ultimi, secondo la letteratura scientifica, può essere semplificata e diventare più funzionale grazie ad un trattamento psicologico.

Secondo la letteratura scientifica sull’argomento, l’approccio che presenta la maggiore efficacia nel miglioramento della gestione delle caratteristiche e dei comportamenti problematici tipici dell’ADHD è il cognitivo-comportamentale. Il cardine di questo modello consiste nell’identificazione dei comportamenti che causano difficoltà e delle situazioni in cui questi si manifestano più frequentemente, analizzando al contempo le conseguenze del comportamento del bambino nell’ambiente che lo circonda, e il loro eventuale ruolo nel mantenimento del comportamento in oggetto.

Un trattamento cognitivo-comportamentale specifico risulta particolarmente utile sia per il bambino sia per gli adulti che vivono a contatto con lui, a casa e a scuola.

Il lavoro con il bambino si focalizza sull’insegnamento di abilità e strategie per modulare la gestione degli impulsi, massimizzare le capacità attentive senza stancarlo, quindi con delle pause, migliorare l’adattamento alle regole dei contesti in cui si muove; il lavoro sui genitori si focalizza invece sull’insegnamento di strategie di rinforzo dei comportamenti funzionali e gestione dei comportamenti inappropriati, allo scopo di aumentare l’emissione dei primi e disincentivare l’emissione dei secondi.