Cos’è l’autolesionismo?
È un comportamento in cui una persona danneggia volontariamente il proprio corpo, spesso senza intento suicidario. I gesti possono includere tagli, bruciature, colpi contro superfici dure, ingestione di sostanze tossiche, fino a comportamenti più complessi come l’abuso di sostanze, il gioco d’azzardo compulsivo o la sessualità promiscua.
Sebbene l’autolesionismo non abbia come obiettivo la morte, è importante sapere che può aumentare significativamente il rischio di suicidio, soprattutto se diventa cronico e non trattato.
Perché ci si ferisce?
Le motivazioni possono essere diverse e spesso intrecciate. In molti casi, ferirsi consente di:
- Ottenere sollievo da emozioni insopportabili come ansia, rabbia, senso di vuoto o disperazione.
- Distrarsi dal dolore emotivo trasformandolo in dolore fisico, che appare più controllabile e concreto.
- Punirsi, per colpa, vergogna o disprezzo di sé.
- Comunicare una sofferenza interna, rendendola visibile quando mancano le parole per esprimerla.
In queste situazioni, l’autolesionismo diventa una strategia di coping disfunzionale, che però può sembrare, nell’immediato, l’unica via per sopravvivere al dolore.
Chi può soffrire di autolesionismo?
L’autolesionismo si osserva più frequentemente in adolescenza, ma può manifestarsi in qualsiasi fase della vita. È comune tra chi vive condizioni psicologiche complesse come:
- Disturbo borderline di personalità
- Disturbi d’ansia e depressione
- Disturbi del comportamento alimentare
- Traumi emotivi o storie di abuso
Tuttavia, non è sempre associato a una diagnosi psichiatrica: anche chi non presenta un disturbo diagnosticabile può arrivare a compiere gesti autolesivi in risposta a forti stress o sofferenze interiori.
Esistono diversi tipi di autolesionismo?
Secondo Favazza (1993), è possibile distinguere tre tipologie principali:
- Autolesionismo maggiore: un gesto isolato ma grave e permanente (es. castrazione, enucleazione oculare), spesso associato a stati psicotici o intossicazioni acute.
- Autolesionismo stereotipico: gesti ripetuti e ritmici (es. mordersi, sbattere la testa), privi di significato simbolico, tipici di condizioni come grave ritardo mentale, autismo o sindrome di Tourette.
- Autolesionismo moderato o superficiale: tagli, abrasioni, bruciature che possono avere una forte valenza simbolica o relazionale. È la forma più comune nei disturbi emotivi.
Favazza e Simeon (1995) individuano anche tre sottotipi del comportamento autolesivo moderato:
- Compulsivo: azioni quotidiane difficili da controllare, come onicofagia o tricotillomania.
- Episodico: legato a episodi di intensa sofferenza emotiva, come tentativi di regolare emozioni intollerabili.
- Ripetitivo: la persona sviluppa una sorta di dipendenza dal gesto autolesivo, che può diventare identitario (es. “sono una cutter”).
Come si riconosce una condizione grave di autolesionismo?
Si parla di condizione grave quando:
- I gesti sono frequenti, intensi o incontrollabili.
- Compaiono pensieri ricorrenti legati al ferirsi o a immagini intrusive.
- C’è impedimento alla vita quotidiana: relazioni, lavoro, scuola ne risentono.
- Le lesioni sono tali da richiedere assistenza medica o ospedaliera.
- Il comportamento è accompagnato da pensieri suicidari o impulsi autodistruttivi.
Mi riguarda? Ecco alcune domande utili per capirlo
Se ti riconosci in una o più delle situazioni qui sotto, potrebbe essere utile parlarne con un professionista:
- Nell’ultimo anno, per almeno 5 giorni diversi, ti sei inflitto o inflitta danni intenzionali alla superficie corporea (es. tagli, lividi, bruciature)?
- Hai provato sollievo da emozioni negative attraverso questi gesti?
- Pensi che, ferendoti, potresti risolvere un conflitto interiore o relazionale?
- Vivi una forte tensione prima del gesto, difficile da controllare?
- Ti è capitato di pensare di farti del male, anche senza metterlo in atto?
- Questi comportamenti hanno limitato la tua vita sociale, lavorativa o familiare?
È possibile uscirne?
L’autolesionismo può essere trattato con interventi psicoterapeutici specifici ed efficaci. La terapia cognitivo-comportamentale è una delle più utilizzate per:
- Prevenire e ridurre i comportamenti autolesivi.
- Aiutare a regolare le emozioni, gestire lo stress e affrontare pensieri negativi.
- Sviluppare nuove abilità relazionali e una maggiore consapevolezza emotiva (mindfulness).
In alcuni casi, può essere utile affiancare alla psicoterapia una terapia farmacologica, soprattutto quando sono presenti ansia intensa, depressione o impulsi difficili da controllare.