I cambiamenti che avvengono con l’invecchiamento, in particolare il declino fisico, possono avere delle conseguenze sul piano sociale creando dei veri e propri “miti” sul lavoratore anziano. Peterson e Coberly [1988] hanno individuato 5 “miti” collegati all’idea di lavoratore anziano:

  1. L’aumento dell’età comporta un peggioramento della salute, la perdita di energia fisica, un aumento delle malattie: a questa idea segue il pregiudizio che il lavoratore anziano ha una minore capacità nell’assolvere i compiti lavorativi e un maggior tasso di assenteismo.
  2. L’aumento dell’età comporta un aumento del tasso di incidenti, maggior giorni persi e un aumento dei costi medici e di assicurazione: questa idea ha come conseguenza il pregiudizio che il lavoratore anziano costi maggiormente all’impresa.
  3. L’aumento dell’età comporta una minore produttività poiché i lavoratori anziani sono più lenti e fanno più assenze: questo “mito” subordina l’idea che i lavoratori anziani non possono competere con i giovani.
  4. L’aumento dell’età implica adottare comportamenti più rigidi e un’incapacità di imparare nuove competenze: questo “mito” sottostà all’idea che i lavoratori anziani non siano buoni candidati per imparare nuovi compiti che richiedono l’acquisizione di nuove competenze.
  5. L’aumento dell’età comporta una riduzione delle potenzialità per riqualificarsi, per sviluppare il proprio lavoro e per aumentare le competenze: da questo consegue il pregiudizio che il lavoratore anziano non è una persona su cui investire.

Questi miti sono sfatati dalla ricerca scientifica che ha individuato che possono esserci enormi differenze sulle capacità cognitive e sull’apprendimento.

Le capacità cognitive possono essere definite come il “grado di successo nel funzionamento in un ambiente specifico” [Salthouse, 1990]. Mentre continuano ad essere studiati pattern cognitivi specifici, ultimamente l’interesse si sta soffermando sulla natura e l’estensione delle differenze individuali e sui fattori che hanno effetto nel mantenere un buon funzionamento cognitivo durante tutto il ciclo di vita. Il mito del generale decremento cognitivo con l’età non è più sostenibile; infatti ci sono evidenze in letteratura che indicano che esiste una grande variabilità nei punteggi ottenuti ai test cognitivi dalle persone molto anziane, che il declino nei test di tempi di reazione è più rapido rispetto a quello riscontrato in quelli di capacità mentale e che il deterioramento è differente a seconda delle diverse abilità mentali considerate [Salthouse, 1996]. Ricerche più recenti indicano che il declino della capacità di processare informazioni correlato all’età varia sia a secondo della complessità del compito, sia a secondo della condizione di stress [Cerella, 1990].

Ci sono evidenze che confermano che nel lavoratore anziano vi è un declino delle abilità “fluide” (per esempio abilità di ragionamento legate a processi mentali complessi), ma non di abilità “cristallizzate” (per esempio, le abilità già acquisite in passato) [Schaie, 1994; McArdle et al., 2002]. In generale, fino ai 70 anni non si osservano decrementi significativi delle capacità cognitive. Il decremento delle funzioni intellettuali generalmente risultano minime per i lavoratori che godono di una buona salute, che ricevono un’adeguata formazione e che sono esposti a stimoli appropriati dall’ambiente lavorativo. Inoltre ci sono evidenze che il solo sentirsi in salute ha un impatto positivo sulle capacità cognitive [Robertson & Shawn, 1998].

Anche considerando l’apprendimento si è visto che il lavoratore anziano mantiene una buona capacità. Analizzando le differenze legate all’età, nella fase di acquisizione si è visto che il lavoratore anziano richiede più tempo e maggiori sforzi per decodificare l’informazione nuova, ma una volta decodificata, il successivo sforzo per il recupero dell’informazione appare simile a quello dei giovani (WHO, 1993). In generale si confermano le conclusioni di Birren [1996] sull’apprendimento e la memoria cioè, che i cambiamenti tendono ad essere minimi e sono strettamente legati alla motivazione, all’attenzione, alla percezione, allo stato di salute e al contesto.

Dr. Paolo Campanini