Le conseguenze di una situazione lavorativa stressante sono state chiaramente dimostrate dalla letteratura scientifica, in particolare gli studi si sono concentrati principalmente sull’impatto sulle patologie cardiovascolari, i disturbi psichici e la soddisfazione lavorativa.

Il concetto di “coping” è fortemente collegato al concetto stesso di stress lavorativo. In poche parole, il coping è ciò che facciamo o pensiamo in una condizione di stress per fare in modo che la situazione non sia più stressante o quanto meno per non avere ulteriori conseguenze negative.

Il coping è stato definito come il processo messo in atto nell’ambito di una situazione o condizione valutata come personalmente significativa e gravosa o eccedente le risorse individuali per farvi fronte [Lazarus & Folkman, 1984]. Questa definizione è divenuta comunemente accettata dalla comunità scientifica e su questo argomento si sono sviluppate molte ricerche.

Se lo stress è il “sale della vita”, come diceva Selye, cioè è quello stato di attivazione fisiologica che sul lavoro ci fa rimboccare le maniche e ci fa affrontare eventuali criticità per uscirne professionalmente migliorati cosa lo rende un problema che ha effetti nocivi sulla salute? Solitamente è uso dire che lo stress lavorativo è un problema quando si rimane esposti troppo a lungo alla situazione stressante o quando questa è troppo intesa. È proprio l’intensità e la frequenza che possono trasformare lo stress positivo in stress negativo.

Se una persona ha affrontato diverse volte e con successo una situazione vissuta come stressante, la situazione stessa cesserà di essere stressante perché la persona non percepirà più uno squilibrio tra le richieste dell’ambiente e le capacità di farvi fronte. Quindi, il coping è semplicemente una capacità che la persona mette in atto per interrompere il processo di stress bloccando, di conseguenza, le conseguenze sulla salute.

Studi scientifici hanno descritto il coping come un processo complesso, multidimensionale e dipendente sia dall’ambiente, dalle sue richieste e risorse, sia dalle disposizioni personali. Il coping, quindi, non è fenomeno a sé stante, ma è un processo dinamico e complesso che coinvolge la persona, l’ambiente e la loro relazione.

La classificazione delle azioni a contrasto dello stress lavorativo è quella di Folkman & Lazarus, i quali, usando l’approccio razionale, distinguono tra un coping “problem-focused” (centrato sul problema) ed uno “”emotion-focused” (centrato sulle emozioni). Il coping centrato sul problema è mirato a modificare il problema che crea stress, quello centrato sulle emozioni ha come finalità l’agire sulle emozioni derivanti dalla situazione di stress cercando di calmierarle. Ad esempio, un coping centrato sul problema potrebbe essere imparare a pianificare meglio il lavoro o concentrarsi sulle fasi successive del lavoro, mentre un coping centrato sulle emozioni potrebbe essere distrarsi con altre attività, cercare un supporto emozionale o utilizzare alcolici o droghe per sopportare l’emozione negativa. Non è detto che il coping sia per forza un’azione positiva e adattativa e non è detto che debba avere necessariamente successo.

Uno degli sviluppi più recenti fa riferimento al “proactive coping”[Schwarzer & Knoll, 2003]. Gli autori distinguono tra coping reattivo, cioè all’insieme delle abilità utilizzate dopo una situazione stressante già  verificatesi, e coping proattivo, cioè la capacità di prevenire e fronteggiare una situazione potenzialmente stressante che potrebbe verificarsi nell’immediato futuro (ad es. prepararsi per un esame). In pratica la persona proattiva cerca di migliorare la propria vita lavorativa ed il proprio ambiente piuttosto che reagire agli eventi, è in genere pieno di risorse e responsabile.

Le conseguenze di una situazione lavorativa stressante sono state chiaramente dimostrate dalla letteratura scientifica, in particolare gli studi si sono concentrati principalmente sull’impatto sulle patologie cardiovascolari, i disturbi psichici e la soddisfazione lavorativa.

Il concetto di “coping” è fortemente collegato al concetto stesso di stress lavorativo. In poche parole, il coping è ciò che facciamo o pensiamo in una condizione di stress per fare in modo che la situazione non sia più stressante o quanto meno per non avere conseguenze negative.

Il coping è stato definito come il processo messo in atto nell’ambito di una situazione o condizione valutata come personalmente significativa e gravosa o eccedente le risorse individuali per farvi fronte [Lazarus & Folkman, 1984]. Questa definizione è divenuta comunemente accettata dalla comunità scientifica e su questo argomento si sono sviluppate molte ricerche.

Se lo stress è il “sale della vita”, come diceva Selye, cioè è quello stato di attivazione fisiologica che sul lavoro ci fa rimboccare le maniche e ci fa affrontare eventuali criticità per uscirne professionalmente migliorati cosa lo rende un problema che ha effetti nocivi sulla salute? Solitamente è uso dire che lo stress lavorativo è un problema quando si rimane esposti troppo a lungo alla situazione stressante o quando questa è troppo intesa. È proprio l’intensità e la frequenza che possono trasformare lo stress positivo in stress negativo.

Se una persona ha affrontato diverse volte e con successo una situazione vissuta come stressante, la situazione stessa cesserà di essere stressante perché la persona non percepirà più uno squilibrio tra le richieste dell’ambiente e le capacità di farvi fronte. Quindi, il coping è semplicemente una capacità che la persona mette in atto per interrompere il processo di stress bloccando, di conseguenza, le conseguenze sulla salute.

Studi scientifici hanno descritto il coping come un processo complesso, multidimensionale e dipendente sia dall’ambiente, dalle sue richieste e risorse, sia dalle disposizioni personali. Il coping, quindi, non è fenomeno a sé stante, ma è un processo dinamico e complesso che coinvolge la persona, l’ambiente e la loro relazione.

La classificazione delle azioni a contrasto dello stress lavorativo è quella di Folkman & Lazarus, i quali, usando l’approccio razionale, distinguono tra un coping “problem-focused” (centrato sul problema) ed uno “”emotion-focused” (centrato sulle emozioni). Il coping centrato sul problema è mirato a modificare il problema che crea stress, quello centrato sulle emozioni ha come finalità l’agire sulle emozioni derivanti dalla situazione di stress cercando di calmierarle. Ad esempio, un coping centrato sul problema potrebbe essere imparare a pianificare meglio il lavoro o concentrarsi sulle fasi successive del lavoro, mentre un coping centrato sulle emozioni potrebbe essere distrarsi con altre attività, cercare un supporto emozionale o utilizzare alcolici o droghe per sopportare l’emozione negativa. Non è detto che il coping sia per forza un’azione positiva e adattativa e non è detto che debba avere necessariamente successo.

Uno degli sviluppi più recenti fa riferimento al “proactive coping”[Schwarzer & Knoll, 2003]. Gli autori distinguono tra coping reattivo, cioè all’insieme delle abilità utilizzate dopo una situazione stressante già  verificatesi, e coping proattivo, cioè la capacità di prevenire e fronteggiare una situazione potenzialmente stressante che potrebbe verificarsi nell’immediato futuro (ad es. prepararsi per un esame). In pratica la persona proattiva cerca di migliorare la propria vita lavorativa ed il proprio ambiente piuttosto che reagire agli eventi, è in genere pieno di risorse e responsabile.