Il mal d’amore provoca un drammatico dolore emotivo. Lo sentiamo visceralmente, nel nostro petto, nella nostra gola e nel nostro intestino. Il nostro cuore può letteralmente sentirsi dolorante, motivo per cui ci riferiamo all’esperienza come a un cuore spezzato. Tuttavia, nonostante le sensazioni viscerali del cuore spezzato si concentrino nella zona del cuore, l’organo di cui dovremmo preoccuparci è il nostro cervello.

Ecco come il mal d’amore può influire sul cervello:

  1. Dolore emotivo come dolore fisico. Gli studi di risonanza magnetica del “cuore spezzato” hanno rivelato che nel cervello si attivano meccanismi a quelli che si attivano quando proviamo un dolore fisico. Inoltre, se il dolore fisico raramente rimane a livelli così intensi per lunghi periodi di tempo, il dolore emotivo può andare avanti per ore, giorni, settimane e persino mesi.
  2. Sintomi da astinenza come la dipendenza. Altri studi di risonanza magnetica hanno scoperto che il “cuore spezzato” attiva gli stessi meccanismi nel cervello che si attivano nei soggetti tossicodipendenti quando sono in astinenza. Questa condizione influenzerebbe di conseguenza sulla nostra capacità di pensare, concentrarsi, etc…
  3. Pensieri intrusivi che ci tengono bloccati: quando il nostro cuore “si spezza”, il nostro cervello genererà pensieri intrusivi del nostro ex che invadono la nostra mente. Può essere un’immagine, un frammento di conversazione o un ricordo. Ogni volta che appare un pensiero intrusivo, riapre la ferita e riattiva il dolore emotivo.

Comprendere le sfide che affrontiamo quando ci riprendiamo dal mal d’amore dovrebbe renderci più auto-compassionevoli e aiutarci ad evitare inutili autocritiche e auto-biasimo. Più limitiamo l’aspetto del nostro ex nei nostri pensieri, più velocemente saremo in grado di recuperare. Sapere che il nostro cervello ci sta facendo pensare al nostro ex involontariamente e incessantemente, può aiutarci a limitare il tempo che scegliamo di pensare o parlare di lui volontariamente.

Articolo a cura della dott.ssa Roberta Menotti

Articolo tratto da www.psychologytoday.com