L’atto autolesionista assolve a funzioni differenti: le più accreditate concernono una strategia di regolazione emotiva, una forma di autopunizione “appresa” a causa di un contesto di vita criticista e invalidante, e ancora, un tentativo di uscita da stati dissociativi.

“Stavo in piedi nel bagno, mi guardavo allo specchio, ma non mi riconoscevo. Era la mia faccia quella che mi guardava ma la mia anima non c’era. Per me quello era solo un corpo e non sentivo di farne più parte. Sentivo di aver perso il controllo dei miei pensieri, delle mie azioni e delle mie emozioni. E quando perdi del tutto controllo, cosa ti resta? Vidi i rasoi che i miei tenevano nell’armadietto dei medicinali. Sembrava avere senso allora anche se non so esattamente perché. In seguito, più tagliavo e più capivo perché (da “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong).

Tagliarsi, bruciarsi, grattarsi o graffiarsi fino a far uscire il sangue. Sono solo alcuni esempi di quello che oggi sembra essere un fenomeno largamente e pericolosamente diffuso, soprattutto in fascia adolescenziale. Se ne parla sui blog, sui social network e si pubblicano video su youtube. Non appaiono i volti, appaiono scritte, pensieri, grida di aiuto con l’intento, forse, di condividere quella che è per lo più una sofferenza privata, tenuta segreta, per la paura di essere giudicati, non capiti, presi in giro.

Che cos’è l’autolesionismo?

Gli ultimi 15 anni hanno conosciuto un’esplosione di ricerche sull’argomento dell’autolesionismo. L’autolesionismo non suicidario, in generale, può essere definito come la deliberata e diretta alterazione o distruzione dei propri tessuti corporei in assenza di un reale intento suicidario (Favazza,2012).

Si individuano, in letteratura, diverse forme di comportamenti autolesivi, le quali si differenziano soprattutto per la gravità dell’atto verso se stessi; esclusi i rari casi di mutilazione grave (tipica, appunto, di pazienti con diagnosi nell’area psicotica o con severo ritardo mentale), le forme più frequenti concernono l’autolesionismo definito “lieve” (che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, ferirsi, ecc.) e il cosiddetto autolesionismo “latente”, il più subdolo, in quanto nascosto e presente in ulteriori forme di sofferenza psicologica (tossicodipendenza, bulimia, attività fisica eccessiva, ecc.).

L’autolesionismo sembrerebbe coinvolgere fino al 20/30 % degli adolescenti (nonostante il sommerso possa essere molto più elevato), con esordio intorno ai 12-14 anni e in proporzione quasi equivalente tra i due sessi (Whitlock, Eckenrode, Silverman, 2006; Klonsky, 2011). Si rileva inoltre una significativa associazione fra l’autoferirsi e la presenza di emotività negativa, ansia, depressione e, in particolare, disregolazione emotiva.

Autolesionismo, Self-Harm: come viene diagnosticato?

Negli ultimi anni, si è compiuto il tentativo di sviluppare modelli concettuali e clinici per poter meglio comprendere e trattare tale problematica.

Ci si è domandati se il self-harm possa essere considerato un sintomo, parte di un quadro di personalità più ampio, o se si debba invece considerare come una categoria diagnostica a sé.

Nel DSM-IV (APA, 2000) l’autolesionismo è incluso fra i sintomi del disturbo borderline di personalità. Tuttavia, sebbene alcune ricerche abbiano confermato l’esistenza di una forte relazione fra l’autolesionismo e questo disturbo di personalità (Klonsky, Oltmanns e Turkheimer, 2003; Stanley, Gameroff, Michalsen e Mann, 2001; van der Kolk, Perry e Herman, 1991; Zlotnick, Mattia e Zimmerman, 1999), anche pazienti che ricevono altre diagnosi possono procurarsi ferite in modo intenzionale e deliberato.

Tale distinzione risulta essere il punto di partenza per la proposta avanzata nell’attuale manuale diagnostico (DSM-5, 2013): il self-harm potrebbe essere concepito come una categoria diagnostica a sé stante.

Certamente, e a prescindere dalla categorizzazione teorica, è essenziale dare a chi lo agisce strumenti per accrescere la propria consapevolezza emotiva e cercare, con l’aiuto di una rete di supporto, nuovi e più funzionali metodi per ottenere sollievo da sensazioni e stati cognitivi dolorosi, oppure per rientrare da stati dissociativi.

E se è vero che l’autolesionismo si accompagna a disregolazione, problematiche interpersonali e pensieri disfunzionali, non c’è luogo migliore di uno studio di psicoterapia per potersene occupare.

Articolo della dr.ssa Chiara Polizzi